Jane Austen è considerata una pioniera del femminismo letterario per aver ritratto donne razionali, indipendenti e dotate di pensiero critico in una società profondamente patriarcale. Attraverso l’ironia ha contestato i ruoli di genere limitati, sostenendo il diritto delle donne all’autodeterminazione, all’istruzione e al matrimonio per amore, non per convenienza economica. La vita stessa di Jane Austen è stata un esempio di autodeterminazione ed emancipazione.
Jane Austen, infatti, scelse una vita indipendente, rifiutando il matrimonio per dedicarsi alla scrittura, in un’epoca in cui ciò era raro per una donna. Cresciuta in un ambiente colto, sviluppò presto il suo talento nonostante difficoltà economiche familiari. Non si sposò mai, forse per convinzione personale, e molti dettagli della sua vita privata restano ignoti. Nei suoi romanzi, attraverso le protagoniste, come già accennato, emerge una critica alla condizione femminile e un forte desiderio di emancipazione.
Una frase iconica e amata che rappresenta il pensiero della Austen ed esprime questi temi è l’incipit celebre e ironico del romanzo “Orgoglio e Pregiudizio“ :
“È una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo provvisto di un ingente patrimonio debba essere in cerca di moglie. Per quanto al suo primo apparire nel vicinato si sappia ben poco dei sentimenti e delle opinioni di quest’uomo, tale verità è così radicata nella mente delle famiglie dei dintorni, da considerarlo legittima proprietà dell’una o dell’altra delle loro figlie.”
In questa affermazione è introdotto il tema del matrimonio come interesse economico e sociale dell’epoca, sottolineando l’assillo delle famiglie con figlie femmine nel trovare marito. Jane Austen usa questa iperbole per criticare le convenzioni sociali e la caccia al marito benestante.
Questa considerazione ci offre uno spunto per ragionare su quanto l’influenza della scrittrice britannica sia forte ancora oggi, e quanto il suo lascito alle generazioni che l’hanno seguita sia enorme. Non solo sul fronte letterario, ma anche per quanto riguarda i contenuti della sua opera che racchiudono in sé il germe del femminismo.
Se si considera la condizione delle donne durante l’epoca romantica e vittoriana, è evidente che il suo status non era dei migliori. Tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo le donne non avevano diritti. Non potevano scegliere liberamente con chi sposarsi e se possedevano del denaro o dei beni, essi apparteneva al marito e dovevano sottostare alle regole dettate dalla famiglia di origine o a quella costituita dopo il matrimonio. L’uomo era il detentore delle regole, dei diritti e di qualsiasi decisione sia in famiglia che nella società. Le donne, invece, investivano un ruolo di “angelo del focolare”, dovevano badare ai figli ed essere buone madri e mogli. Non avevano diritto di voto, non potevano prendere decisioni o lavorare e anche lo studio si svolgeva in ambito domestico. Diversa era la condizione delle donne povere che, invece, dovevano lavorare per sopravvivere e sfamare i figli e spesso vivevano in condizioni disagiate e senza tutele.
La scrittrice si impegnò sempre, in contesto del genere, a ridare alle donne quella dignità che l’arte maschile raramente aveva concesso loro. Non le tratteggiò mai come isteriche, volubili, amorali, come invece facevano spesso gli autori del suo tempo, ma come esseri pensanti, ragionevoli, acuti. Ironiche e spesso auto-ironiche, capaci di buttar giù bocconi amari e affrontare difficoltà pur di autodeterminarsi, le sue eroine sono sfacciate, consapevoli, e, a loro modo, lottano per la parità dei generi.
Nel contesto della lotta per la parità di genere, la biografia di Jane Austen, inoltre, ci rimanda immediatamente ad una tematica che coinvolse molte scrittrici della sua epoca. Purtroppo, la totale esclusione della donna in ogni ambito sociale e culturale negava loro anche di poter pubblicare e firmare i loro romanzi. La figura della donna scrittrice, quale la intendiamo noi oggigiorno, all’epoca non era ammessa e chi scriveva doveva nascondersi dietro ad uno pseudonimo. Tra queste la stessa Jane Austen che pubblicò per la prima volta nel 1811 “Sense and sensibility” con lo pseudonimo “A Lady”. Anche Mary Shelley, nata Mary Wollstonecraft, autrice del romanzo Frankenstein, dovette firmarsi con nome del marito Percy B. Shelly. Stessa sorte per le sorelle Charlotte, Anne e Emily Bronte per timore che le loro opere fallissero per i pregiudizi che allora esistevano nei confronti delle donne, si firmarono con uno pseudonimo: Charlotte scelse Currer Bell, Emily preferì Ellis Bell, mentre Anne optò per Acton Bell.
Nonostante ciò queste autrici riuscirono comunque a far emergere la propria voce, aprendo la strada alle generazioni successive. Proprio per questo l’opera di Jane Austen continua a parlare al presente, mostrando come ironia e lucidità possano smascherare le disuguaglianze sociali. Il suo sguardo sulle donne, libere di pensare e scegliere, resta un punto di riferimento per il percorso verso l’emancipazione.
