{"id":6434,"date":"2026-01-17T13:41:53","date_gmt":"2026-01-17T12:41:53","guid":{"rendered":"https:\/\/www.corrieredelmattino.com\/?p=6434"},"modified":"2026-01-17T13:41:53","modified_gmt":"2026-01-17T12:41:53","slug":"iran-la-crisi-che-smentisce-loccidente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.timescampania.it\/napoli\/2026\/01\/17\/iran-la-crisi-che-smentisce-loccidente\/","title":{"rendered":"Iran, la crisi che smentisce l\u2019Occidente"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">Nel 1989, con il crollo del Muro di Berlino, una parte rilevante delle \u00e9lite politiche e intellettuali occidentali ha interiorizzato l\u2019idea di aver assistito non a una svolta storica, ma a una conclusione. La democrazia liberale, l\u2019economia di mercato e l\u2019integrazione globale apparivano non solo vincenti, ma inevitabili.\u00a0L\u2019<strong>Iran<\/strong> di oggi rappresenta uno dei casi pi\u00f9 evidenti in cui questa visione mostra i suoi limiti strutturali.\u00a0L\u2019errore originario \u00e8 stato confondere la fine della competizione bipolare USA-URSS con la fine del conflitto in quanto tale. Venuto meno il confronto tra due sistemi globali alternativi, l\u2019Occidente ha iniziato a leggere le crisi come deviazioni temporanee da un percorso gi\u00e0 scritto. I conflitti non erano pi\u00f9 scontri tra modelli, ma ritardi nello sviluppo, resistenze culturali, sopravvivenze ideologiche destinate prima o poi a dissolversi. In questa prospettiva, Paesi come l\u2019Iran sono stati osservati come sistemi in attesa di normalizzazione, pi\u00f9 che come realt\u00e0 dotate di una propria logica di potere e di una propria razionalit\u00e0 politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La <strong>Repubblica islamica<\/strong> iraniana, invece, non \u00e8 mai stata un semplice residuo del Novecento. \u00c8 un sistema ibrido, capace di combinare teocrazia, nazionalismo, capitalismo di Stato e repressione selettiva. Le proteste che oggi attraversano il Paese non possono essere comprese se lette esclusivamente come una spinta lineare verso un modello occidentale di democrazia. Esse nascono da una convergenza di crisi: economica, sociale e simbolica. L\u2019inflazione, il collasso del rial, l\u2019impoverimento diffuso e l\u2019erosione del potere d\u2019acquisto hanno minato la base materiale della legittimit\u00e0 del regime. Ma, soprattutto, si \u00e8 spezzato il patto \u2013 esplicito e implicito \u2013 che per decenni aveva garantito una certa accettazione dell\u2019ordine esistente.\u00a0Il patto esplicito prometteva stabilit\u00e0 e sviluppo in cambio di controllo politico e religioso. Il patto implicito, soprattutto con le generazioni pi\u00f9 giovani, concedeva spazi informali di libert\u00e0, tolleranza selettiva e una distanza tra norme ufficiali e pratiche quotidiane. Oggi entrambi sono crollati. La repressione non \u00e8 pi\u00f9 percepita come un prezzo temporaneo, ma come la prova definitiva dell\u2019incapacit\u00e0 del sistema di offrire un futuro. In questo contesto, il coinvolgimento dei <strong>bazarj<\/strong>, tradizionale colonna dell\u2019economia urbana e della coesione sociale, assume un significato che va ben oltre la protesta episodica: segnala una frattura profonda nei meccanismi di consenso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019Occidente, tuttavia, continua spesso a leggere questa dinamica con categorie ereditate dagli anni Novanta: popolo contro regime, apertura contro chiusura, diritti contro autoritarismo. \u00c8 una semplificazione che rischia di produrre errori di valutazione gravi. Come sottolinea <strong>Abbas Milani<\/strong>, il vero fattore discriminante non \u00e8 la legittimit\u00e0, ormai ampiamente erosa, ma la coesione delle \u00e9lite di sicurezza e la loro convenienza materiale a mantenere lo status quo. I <strong>Guardiani della Rivoluzione<\/strong> non sono soltanto un apparato repressivo: sono un attore economico centrale, un conglomerato che controlla settori strategici e che ha molto da perdere da un collasso improvviso del sistemaL\u2019isolamen. to ha alimentato una retorica nazionalista che, pur logorata, resta una risorsa mobilitabile. E le ambiguit\u00e0 della politica statunitense, incarnate oggi dalle dichiarazioni oscillanti di <strong>Donald Trump<\/strong>, finiscono per rendere la crisi ancora pi\u00f9 opaca: la promessa di un \u201caiuto\u201d non specificato rischia di trasformare una rivolta sociale in un campo di battaglia simbolico tra potenze.\u00a0La crisi iraniana, dunque, non \u00e8 solo una crisi regionale. \u00c8 uno specchio che riflette i limiti della visione occidentale maturata dopo il 1989. L\u2019idea di un mondo progressivamente omogeneo, governato da regole condivise e da un\u2019unica traiettoria di sviluppo, ha impedito di cogliere la persistenza del conflitto, della sovranit\u00e0 e delle logiche di potenza. In Iran, come altrove, la Storia non ha seguito il copione previsto. I confini non sono evaporati, e la politica non si \u00e8 ridotta a gestione tecnica dell\u2019esistente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel 1989, con il crollo del Muro di Berlino, una parte rilevante delle \u00e9lite politiche e intellettuali occidentali ha interiorizzato l\u2019idea di aver assistito non a una svolta storica, ma a una conclusione. 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