{"id":6532,"date":"2026-02-01T09:43:16","date_gmt":"2026-02-01T08:43:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.corrieredelmattino.com\/?p=6532"},"modified":"2026-02-01T09:43:16","modified_gmt":"2026-02-01T08:43:16","slug":"gaza-la-tregua-che-non-ce","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.timescampania.it\/napoli\/2026\/02\/01\/gaza-la-tregua-che-non-ce\/","title":{"rendered":"Gaza: la tregua che non c\u2019\u00e8"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">La fantomatica tregua nella <strong>striscia di Gaza<\/strong> conferma, in modo drammatico, quanto l\u2019Occidente stia continuando a sopravvalutare le promesse di pace avanzate dall\u2019amministrazione Trump e, al tempo stesso, a sottovalutare le dinamiche reali del conflitto. Dopo il Venezuela, Gaza diventa il secondo laboratorio di una politica estera fondata pi\u00f9 sulla propaganda che su un\u2019analisi dei rapporti di forza sul terreno. La tregua annunciata come svolta storica si rivela, nei fatti, una sospensione intermittente della violenza, incapace di produrre stabilit\u00e0 o protezione per i civili.\u00a0I numeri parlano da soli. Dall\u2019entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre, gli attacchi israeliani hanno continuato a colpire la Striscia, causando centinaia di morti, in gran parte donne e bambini. Solo nelle ultime ore, bombardamenti su <strong>Gaza City<\/strong> e <strong>Khan Younis<\/strong> hanno riportato la popolazione ai giorni pi\u00f9 bui dell\u2019offensiva iniziata dopo il 7 ottobre 2023. La riapertura annunciata del <strong>valico di Rafah<\/strong>, presentata come segnale di normalizzazione, \u00e8 stata accompagnata da nuovi raid e da condizioni di accesso rigidamente controllate, trasformando un gesto umanitario in un atto politico reversibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019errore occidentale \u00e8, ancora una volta, quello di aver confuso l\u2019annuncio con il processo. La pace, nella narrazione trumpiana, \u00e8 un evento mediatico: un \u201caccordo\u201d proclamato, un board internazionale creato, una foto simbolica da esibire. Ma sul terreno non esiste alcuna architettura politica condivisa, n\u00e9 una reale volont\u00e0 delle parti di rinunciare ai rispettivi obiettivi strategici. <strong>Donald Trump<\/strong> ha presentato la tregua come un successo personale, ma non ha affrontato il nodo centrale: l\u2019asimmetria di potere e l\u2019assenza di un orizzonte politico credibile per i palestinesi.\u00a0Il messaggio che arriva da Israele \u00e8 esplicito. <strong>Benjamin Netanyahu<\/strong>, alla guida del governo pi\u00f9 a destra della storia del Paese, non considera la tregua un punto di arrivo ma uno strumento tattico. L\u2019obiettivo dichiarato resta il disarmo totale di <strong>Hamas<\/strong>, senza concessioni su una futura governance palestinese autonoma. Con il rientro in <strong>Israele<\/strong> dell\u2019ultimo ostaggio e l\u2019avvicinarsi delle elezioni, il premier ha margini politici per rilanciare l\u2019offensiva e ricostruire la propria immagine di \u201cMr. Sicurezza\u201d, anche a costo di affossare definitivamente il piano americano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In questo quadro, la tregua appare per ci\u00f2 che \u00e8: una finzione funzionale a pi\u00f9 interessi. Per Washington, serve a rivendicare un ruolo di mediatore globale e a sostenere una narrativa di pacificazione utile sul piano interno e internazionale. Per Tel Aviv, rappresenta una pausa selettiva, utile a riorganizzare le operazioni militari e a testare la tenuta diplomatica degli alleati. Per Gaza, invece, significa vivere in una sospensione permanente, dove ogni giorno pu\u00f2 segnare il ritorno delle bombe.\u00a0Le reazioni regionali e internazionali mostrano le crepe di questo impianto. Il Qatar e l\u2019Egitto, mediatori diretti, parlano apertamente di violazioni ripetute e di rischio di escalation. Le organizzazioni umanitarie denunciano l\u2019intensit\u00e0 dei raid come la pi\u00f9 grave degli ultimi mesi. Intanto, gli Stati Uniti approvano nuove e massicce forniture di armi a Israele, rafforzando la percezione di una pace proclamata a parole e smentita dai fatti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019Occidente, ancora una volta, sembra prigioniero di false aspettative. Come nel caso venezuelano, si \u00e8 creduto che un atto di forza o un accordo imposto dall\u2019alto potessero chiudere un conflitto strutturale. Ma Gaza dimostra che la pace non \u00e8 un prodotto esportabile n\u00e9 un risultato automatico di pressioni militari. Senza un progetto politico inclusivo, senza garanzie reali per la popolazione civile e senza il riconoscimento delle cause profonde del conflitto, ogni tregua resta fragile e temporanea.\u00a0Resta allora la domanda che lega questo dossier a quelli affrontati nei numeri precedenti di <em>SISTEMI<\/em>: se la pace proclamata serve soprattutto a legittimare nuove ingerenze e a congelare conflitti irrisolti, quanto a lungo l\u2019Occidente potr\u00e0 continuare a scambiare la propaganda per soluzione, senza pagare un prezzo crescente in termini di credibilit\u00e0, stabilit\u00e0 e vite umane?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La fantomatica tregua nella striscia di Gaza conferma, in modo drammatico, quanto l\u2019Occidente stia continuando a sopravvalutare le promesse di pace avanzate dall\u2019amministrazione Trump e, al tempo stesso, a sottovalutare le dinamiche reali del conflitto. 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