{"id":6626,"date":"2024-03-24T10:41:10","date_gmt":"2024-03-24T09:41:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.corrieredelmattino.com\/?p=6626"},"modified":"2024-03-24T10:41:10","modified_gmt":"2024-03-24T09:41:10","slug":"chi-e-lautore-di-un-film-storia-del-cinema-dautore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.timescampania.it\/napoli\/2024\/03\/24\/chi-e-lautore-di-un-film-storia-del-cinema-dautore\/","title":{"rendered":"Chi \u00e8 l&#8217;autore di un film? Storia del cinema d&#8217;autore"},"content":{"rendered":"<p>Quando si parla di un sistema complesso come il cinema, \u00e8 difficile stabilire chi ne detiene l\u2019<strong>autorialit\u00e0<\/strong>. L\u2019industria cinematografica \u00e8 come una catena di montaggio che permette a tante professionalit\u00e0 diverse di svolgere il loro lavoro, e ognuna di esse ha una funzione e un\u2019importanza. In linea generale, per\u00f2, chi detiene l\u2019autorialit\u00e0 di un film \u00e8 il <strong>regista<\/strong>, colui che coordina (o dovrebbe coordinare) tutto l\u2019apparato e che pone la sua firma alla fine delle registrazioni. La realt\u00e0 \u00e8 ben diversa: ci sono registi che si occupano di ogni singolo aspetto dell\u2019opera meticolosamente, e altri che si occupano soltanto di mettere la firma.<\/p>\n<p>In passato si \u00e8 discusso molto su questo tema. L\u2019argomento \u00e8 stato messo per la prima volta in evidenza in Francia: nella rivista <em>Cahiers du Cin\u00e9ma<\/em> (fondata nel 1951), critici come <strong>Fran\u00e7ois Truffaut<\/strong>, <strong>Jean-Luc Godard<\/strong>, <strong>Eric Rohmer<\/strong>, <strong>Jacques Rivette<\/strong> sostengono che il regista debba essere considerato l\u2019autore del film. Questo crea per la prima volta una teoria coerente del <em>cin\u00e9ma d\u2019auteur<\/em>, ma in realt\u00e0 gi\u00e0 precedentemente alcune figure avevano imprinto nelle loro opere la loro personale visione, che \u00e8 riconoscibile ancora oggi: <strong>Chaplin<\/strong>, <strong>Dreyer<\/strong>, <strong>Murnau<\/strong>, <strong>Ejzen\u0161tejn<\/strong> non si limitano a \u201cdirigere\u201d, ma fanno del film un\u2019estensione della propria poetica. Si parla degli anni 20, quando il cinema era ancora muto, e questi registi non rivendicano ancora il nome di \u201cautori\u201d, ma di fatti lo sono.<\/p>\n<p>Dopo le correnti teoriche \u00e8 nata la sperimentazione pratica: negli anni 50 nasce la <strong>Nouvelle<\/strong> <strong>Vague<\/strong>, movimento francese che riconosce i registi come autori assoluti del cinema, e non solo. E\u2019 il primo movimento in cui i registi rifiutano le convenzioni del cinema commerciale, girano con budget ridotti, sperimentano con montaggio, narrazione e recitazione, imprimono una forte impronta personale. Questo movimento \u00e8 stato frutto di grandi sperimentazioni e innovazioni, che sono stati considerati fondatori per il cinema moderno. Ne sono d\u2019esempio film come <em>I 400 colpi<\/em> (1959) e <em>Fino all\u2019ultimo respiro<\/em> (1960).<\/p>\n<p>La pratica del regista-autore si \u00e8 poi diffusa in tutto il mondo, e oggi non ha pi\u00f9 lo stesso significato di un tempo: non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 il bisogno di sfidare l\u2019industria, disobbedire alle regole imposte e creare nuovi linguaggi. Quello che lo distingue \u00e8 semplicemente il suo sguardo, che si presenta come unico e distintivo.<\/p>\n<p>Un esempio emblematico di autore moderno \u00e8 <strong>Stanley Kubrick<\/strong> che continua a definire ci\u00f2 che si intende per autore. Kubrick, pur muovendosi con mezzi e spazi imponenti, ha mantenuto un controllo tale sulle proprie opere da renderle irripetibili. L\u2019ossessione per la forma, la precisione dell\u2019inquadratura, l\u2019ambizione filosofica dei suoi film lo hanno reso un punto di riferimento per chiunque concepisca il cinema come un laboratorio di pensiero. Ogni sua opera \u00e8 una domanda aperta: sul potere, sulla violenza, sulla tecnologia, sul destino umano. In Kubrick, l\u2019autore \u00e8 colui che costruisce un universo coerente, non importa quanto complesso.<\/p>\n<p>Se Kubrick rappresenta la geometria del rigore, <strong>David Lynch<\/strong> \u00e8 invece la cartografia dell\u2019enigma. I suoi film sembrano provenire da un territorio interiore in cui il sogno e l\u2019incubo si sfiorano continuamente. Lynch non cerca mai la linearit\u00e0: preferisce insinuare inquietudini, aprire spiragli, invitare chi guarda a muoversi in uno spazio dove nulla \u00e8 garantito. In opere come <em>Mulholland Drive<\/em> o <em>Blue Velvet<\/em>, la narrazione si frantuma in simboli e sensazioni, mentre il quotidiano rivela la sua natura misteriosa. In lui, l\u2019autore \u00e8 un esploratore dell\u2019inconscio, qualcuno che usa il cinema come una forma di percezione ampliata.<\/p>\n<p>Il panorama internazionale attuale dimostra che l\u2019autorialit\u00e0 pu\u00f2 convivere anche con forme ibride. Il sudcoreano <strong>Bong Joon-ho<\/strong>, ad esempio, costruisce film che attraversano i generi con una libert\u00e0 sorprendente: commedia, dramma, thriller sociale convivono senza contraddirsi, perch\u00e9 ci\u00f2 che li unisce \u00e8 il suo sguardo ironico, tagliente e politico. Allo stesso tempo, <strong>Paul Thomas Anderson<\/strong> continua a esplorare i rapporti umani, le dipendenze, le ossessioni, creando personaggi cos\u00ec complessi da sembrare creature vive pi\u00f9 che figure cinematografiche. E <strong>C\u00e9line Sciamma<\/strong> porta avanti un discorso tutto suo, in cui l\u2019essenzialit\u00e0 formale diventa intensit\u00e0 emotiva, e le storie si rivelano nei silenzi, nei gesti minimi, nella cura dei dettagli che sfiorano l\u2019invisibile.<\/p>\n<p>In Italia, questa identit\u00e0 si manifesta in forme profondamente diverse. <strong>Paolo Sorrentino<\/strong>, ad esempio, costruisce film che vivono di eleganza visiva, di malinconia filtrata da ironia, di personaggi che oscillano tra grandezza e fragilit\u00e0. Le sue opere trasformano luoghi e ricordi in scenari emotivi, e il gesto autobiografico diventa un\u2019occasione per riflettere sulla bellezza, sul potere, sulla solitudine che abita il nostro tempo. Con lui, l\u2019autore si riconosce nell\u2019armonia delle immagini, nel ritmo della parola, nello sguardo sospeso tra devozione e disincanto.<\/p>\n<p>Una via quasi opposta \u00e8 quella seguita da <strong>Alice Rohrwacher<\/strong>, che predilige ambienti rurali, comunit\u00e0 marginali, riti e gesti che sembrano provenire da un passato nemmeno troppo lontano. Il suo cinema \u00e8 un incontro tra il quotidiano e il fantastico: un realismo che all\u2019improvviso si piega alla meraviglia, come se le storie che racconta esistessero gi\u00e0 da sempre, solo in attesa di essere ascoltate. Rohrwacher fa del dettaglio un varco, del volto un simbolo, dell\u2019innocenza una forma di resistenza poetica. La sua autorialit\u00e0 nasce dal legame profondo con le radici, ma si apre a un immaginario universale.<\/p>\n<p>In sostanza, essere l\u2019autore di un film non vuol dire semplicemente dirigere un set o scrivere una sceneggiatura, ma significa usare la macchina da presa come espressione di un linguaggio personale, riconoscibile anche senza leggere i titoli di testa. Ogni volta che un regista riesce ad interrogare s\u00e9 stesso e il mondo, si porter\u00e0 sullo schermo una sensibilit\u00e0 unica, e in questo modo il cinema d\u2019autore non smetter\u00e0 mai di rinnovarsi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando si parla di un sistema complesso come il cinema, \u00e8 difficile stabilire chi ne detiene l\u2019autorialit\u00e0. L\u2019industria cinematografica \u00e8 come una catena di montaggio che permette a tante professionalit\u00e0 diverse di svolgere il loro lavoro, e ognuna di esse ha una funzione e un\u2019importanza. 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