Se i gatti scomparissero dal mondo di Genki Kawamura, pubblicato nel 2012 è diventato rapidamente un caso editoriale internazionale. Il romanzo si presenta come una favola contemporanea dai toni delicati che nasconde una riflessione sorprendentemente profonda sul tempo, sulla memoria e sul significato stesso dell’esistenza.
“Cosa saremmo disposti a sacrificare per vivere un giorno in più? Qual è il confine tra sopravvivere e vivere davvero? E, soprattutto, che cosa rimarrebbe di noi se il mondo iniziasse a perdere, una dopo l’altra, le cose che lo rendono riconoscibile?”.
Sono queste le domande che il romanzo lascia sedimentare nel lettore.
Quando il tempo diventa una moneta di scambio
Il protagonista è un giovane postino sulla trentina, un uomo qualunque, volutamente privo di un nome affinché ciascuno possa riconoscersi in lui. La sua è un’esistenza ordinaria, quasi invisibile: il lavoro, un appartamento silenzioso e la compagnia del suo gatto, di nome Cavolo. Dopo la morte della madre, il rapporto con il padre si è incrinato fino a trasformarsi in una distanza fatta di silenzi e incomprensioni, lasciando che anche gli amici e l’amore sembrino appartenere più al passato che al presente. L’equilibrio precario della sua routine viene spezzato da una diagnosi inappellabile: un tumore al cervello in fase terminale. Gli restano soltanto pochi giorni di vita. Tornato a casa, ancora turbato dalla notizia, trova ad attenderlo un uomo identico a lui che indossa una vistosa camicia hawaiana, porta un cappello di paglia e si presenta con un nome tanto ironico quanto spiazzante: Aloha. È il Diavolo.
La proposta che gli rivolge ha la limpidezza crudele delle grandi parabole morali: per ogni categoria di cose che accetterà di far scomparire dal mondo, riceverà ventiquattro ore di vita in più.
Inizialmente, sembra un affare ma in realtà è l’inizio di una lenta demolizione del suo universo.
La sottrazione come strumento narrativo
L’intuizione più originale di Kawamura consiste nel raccontare la vita attraverso ciò che viene progressivamente eliminato. Ogni sparizione produce un vuoto che non riguarda soltanto gli oggetti, ma il modo in cui gli esseri umani costruiscono relazioni, conservano ricordi e attribuiscono significato alla propria esistenza.
La prima categoria destinata a scomparire è quella dei telefoni. In apparenza si tratta soltanto di rinunciare a uno strumento tecnologico e invece, nel momento in cui il mondo perde la possibilità di comunicare istantaneamente, il protagonista si ritrova costretto a fare i conti con tutte le conversazioni mai avvenute. Riemerge, così, il ricordo della donna che aveva amato, della loro relazione e delle parole che non hanno saputo dirsi. La seconda rinuncia riguarda il cinema: film, sale cinematografiche, pellicole, tutto svanisce come se non fosse mai esistito.
Insieme ad essi sparisce anche un intero patrimonio emotivo condiviso poiché il protagonista ripensa all’amico conosciuto grazie alla passione per il cinema, alle interminabili discussioni sui grandi registi, alle serate trascorse a immaginare il futuro. Kawamura, usa questa riflessione per comunicare una verità tanto semplice quanto potente, ovvero che le opere d’arte non sono semplicemente oggetti culturali, ma luoghi della memoria in cui le nostre vite si intrecciano con quelle degli altri.
Il terzo sacrificio riguarda gli orologi. È probabilmente il passaggio più filosofico dell’intero romanzo. Quando gli orologi cessano di esistere, il tempo continua a scorrere, ma nessuno è più in grado di misurarlo. Vengono meno le lancette, gli appuntamenti, le scadenze e quella continua ansia cronologica che governa la modernità. La perdita degli orologi riporta inevitabilmente il protagonista al padre, proprietario di una piccola bottega di orologeria. Un uomo severo, incapace di manifestare apertamente i propri sentimenti, ma che aveva dedicato la vita ad aggiustare il tempo degli altri mentre il proprio rapporto con il figlio si rompeva lentamente. Solo allora il protagonista comprende che il lavoro del padre non consisteva semplicemente nel riparare meccanismi, ma nel custodire il tempo delle persone.
L’ultima richiesta: perché proprio i gatti?
Dopo telefoni, cinema e orologi arriva la proposta definitiva: per ottenere un altro giorno di vita dovranno scomparire tutti i gatti del mondo.
In questo momento della narrazione, il romanzo cambia definitivamente prospettiva. Fino a questo momento il protagonista aveva rinunciato a oggetti, invenzioni, strumenti creati dall’uomo che per quanto inscatolassero ricordi ed emozioni restavano pur sempre qualcosa di materiale.
Con i gatti il discorso cambia radicalmente, non si tratta più di eliminare un bene ma si tratta di cancellare una forma di vita. Ed è proprio in questo passaggio che Kawamura costruisce il cuore filosofico dell’opera. Cavolo non è soltanto un animale domestico, è la dimostrazione che l’affetto più autentico non ha bisogno di parole.
I gatti, nella loro natura indipendente e quasi misteriosa, rappresentano un amore che non nasce dal possesso ma dalla libera scelta della vicinanza. Non appartengono davvero all’uomo, eppure decidono di condividere con lui un tratto di strada. Sacrificarli significherebbe spezzare l’ultimo filo che lega il protagonista alla parte migliore di sé.
Per la prima volta, il protagonista rifiuta il patto e accetta la morte, conquistando finalmente la vita.
Il titolo di questo romanzo potrebbe trarre in inganno. I gatti, in fondo, entrano davvero in gioco soltanto nel finale. Eppure sono presenti fin dall’inizio come simbolo di tutto ciò che non può essere misurato né sostituito. Il libro racconta un’economia singolare, nella quale il tempo diventa una valuta e ogni giorno acquistato richiede un impoverimento del mondo. È un’economia destinata al fallimento. Perché una vita più lunga perde ogni significato se, nel tentativo di conservarla, distruggiamo ciò che la rende degna di essere vissuta. Kawamura sembra suggerire che la nostra epoca abbia già iniziato questo scambio senza accorgersene. Riempiamo le giornate di strumenti che promettono di farci risparmiare tempo, ma spesso finiscono per sottrarci proprio ciò che conta: la presenza, l’ascolto, la memoria condivisa.
Un moderno memento mori
La letteratura giapponese possiede una lunga tradizione nel raccontare la fragilità delle cose. Esiste un concetto estetico, mono no aware, che indica la malinconia suscitata dalla consapevolezza che tutto ciò che è bello è anche destinato a finire. Non è un invito al pessimismo, ma uno sguardo capace di cogliere la bellezza proprio nella sua impermanenza. Il romanzo Se i gatti scomparissero dal mondo sembra dialogare continuamente con questa sensibilità, in quanto non spettacolarizza la morte, non cerca il colpo di scena né il sentimentalismo facile. Al contrario, accompagna il lettore verso un’accettazione serena della finitudine, mostrando che la consapevolezza della fine rende ogni istante infinitamente più prezioso. Per questo il romanzo può essere letto come un moderno memento mori: non un invito a temere la morte, ma a riconoscere il valore del tempo che ancora ci appartiene.
La vera eredità del romanzo
Quando si arriva all’ultima pagina, ci si accorge che il libro non parla davvero di un tumore, di un Diavolo o di un gatto: parla di noi, delle telefonate che continuiamo a rimandare, degli amici che pensiamo ci aspetteranno per sempre, dei genitori con cui crediamo di avere ancora tutto il tempo del mondo per chiarire un’incomprensione. E parla anche di quella forma di amore silenzioso che spesso passa inosservata proprio perché accompagna la nostra quotidianità. È forse questo il motivo per cui il romanzo di Genki Kawamura continua a emozionare lettori di culture tanto diverse. La sua storia è profondamente giapponese nello sguardo e nella sensibilità, ma universale nelle domande che pone. Alla fine comprendiamo che il vero miracolo non consiste nell’ottenere un giorno in più. Il miracolo è accorgersi, prima che sia troppo tardi, che ogni giorno ordinario era già straordinario. E forse il lascito più autentico del romanzo è proprio questo: ricordarci che il tempo non è la quantità di giorni che riusciamo a strappare alla morte, ma l’intensità con cui scegliamo di abitare quelli che abbiamo. In fondo, le cose possono scomparire, gli oggetti possono rompersi, persino i ricordi possono sbiadire. Ciò che resta è la qualità dei legami che abbiamo costruito e l’amore che siamo stati capaci di lasciare nel mondo, lasciando un’eredità che nessun Diavolo, per quanto astuto, potrà mai portarci via.
