C’è una scena che riassume tutto il cinema dei Safdie meglio di qualsiasi manifesto teorico: un uomo corre per le strade di New York, ha un piano disperato, il tempo stringe, e la macchina da presa gli sta addosso, non gli lascia respirare. È così da vent’anni, da quando Josh e Benny Safdie hanno cominciato a girare cortometraggi con gli amici del Lower East Side fino a diventare, insieme, una delle coppie di autori più originali del cinema americano contemporaneo.
Nati a New York, Josh nel 1984 e Benny nel 1986, figli di un padre ebreo ortodosso e cresciuti tra Manhattan e Long Island, i due fratelli hanno respirato cinema fin da bambini, grazie soprattutto ai video amatoriali girati dal padre. Da lì nasce un’ossessione precoce per l’immagine in movimento, che Josh porta avanti studiando alla Boston University mentre Benny lo segue quasi in parallelo. Il loro cinema, fin dagli esordi, si costruisce attorno a un’idea precisa: raccontare i margini di New York, i personaggi che vivono ai bordi della legalità e della sanità mentale, senza mai giudicarli e senza mai addolcirli.
Il primo lungometraggio ufficiale, The Pleasure of Being Robbed (2008), passa quasi inosservato, ma è già lì, in nuce, tutto il loro linguaggio: camera a mano, attori non professionisti, un’attenzione quasi documentaristica per i corpi e i volti. La vera consacrazione arriva però con Heaven Knows What (2014), film durissimo sulla tossicodipendenza girato per le strade di New York con Arielle Holmes, che aveva vissuto realmente quella storia e che i Safdie scoprono per caso, decidendo di trasformare le sue memorie in sceneggiatura. È un film che non concede sconti allo spettatore, e che stabilisce un metodo di lavoro che i due fratelli porteranno avanti per anni: mescolare finzione e realtà, attori professionisti e persone reali pescate dalla strada.
Con Good Time (2017) i Safdie compiono il salto verso un pubblico più ampio, pur restando fedelissimi alla propria estetica. Robert Pattinson, all’epoca ancora etichettato come il vampiro di Twilight, si mette a disposizione totale del progetto, sporcandosi letteralmente le mani in un ruolo che lo rilancia agli occhi della critica internazionale. La storia di una rapina finita male e della notte convulsa che ne segue diventa un saggio di tensione pura, accompagnato dalla colonna sonora elettronica di Oneohtrix Point Never, che diventerà da quel momento una firma quasi inscindibile dal loro cinema. Presentato in concorso a Cannes, il film segna il momento in cui la critica comincia a parlare dei Safdie come di autori, non più come promesse.
Ma è Diamanti grezzi (Uncut Gems, 2019) a portare i due fratelli nell’olimpo del cinema indipendente americano. Adam Sandler, in una delle interpretazioni più sorprendenti della sua carriera, veste i panni di Howard Ratner, gioielliere di Diamond District ossessionato dal gioco d’azzardo e incapace di smettere di rischiare tutto. Il film è un incubo ansiogeno di novanta minuti costruiti come una bomba a orologeria, con un montaggio serrato e dialoghi che si accavallano continuamente, restituendo l’impressione fisica del caos mentale del protagonista. Julia Fox debutta qui, Kevin Garnett interpreta se stesso, e l’intero film diventa un caso di studio su come si possa fare grande cinema d’autore restando dentro i codici del thriller.
Nel 2024 arriva la notizia che spiazza i fan: Josh e Benny annunciano che non dirigeranno più film insieme. Benny la definisce un’evoluzione naturale, la necessità di esplorare percorsi diversi dopo anni di lavoro fianco a fianco. Benny approfondisce nel frattempo la carriera da attore, già avviata con ruoli per Paul Thomas Anderson e Christopher Nolan, che lo vuole prima come Edward Teller in Oppenheimer e poi come Agamennone in Odissea. Da regista firma da solo The Smashing Machine, con Dwayne Johnson nei panni del lottatore Mark Kerr, portato in concorso a Venezia dove Benny vince il Leone d’argento per la miglior regia.
Josh, dal canto suo, si presenta al pubblico con Marty Supreme, primo film diretto senza il fratello dai tempi degli esordi amatoriali. Ambientato nella New York dei primi anni Cinquanta, racconta la storia di Marty Mauser, commesso in un negozio di scarpe con un’ossessione unica: diventare il campione mondiale di ping pong, a qualunque costo. Il personaggio, liberamente ispirato al vero Marty Reisman, si muove tra scommesse clandestine, piccole truffe e passioni proibite, portandosi dietro un’irrequietezza che ricorda molto da vicino Howard Ratner di Diamanti grezzi. Timothée Chalamet, spogliato di ogni compostezza da star, costruisce un antieroe egocentrico e manipolatore che gli è valso il Golden Globe e i Critics’ Choice Award, con l’Oscar considerato ormai a un passo. Al suo fianco Gwyneth Paltrow, in un ruolo che qualcuno ha avvicinato alla Norma Desmond di Viale del tramonto. Sul piano tecnico il film conferma la squadra di fiducia di Josh: la fotografia è di Darius Khondji, la colonna sonora porta ancora la firma di Oneohtrix Point Never, mescolata a brani new wave e post-punk che scandiscono un montaggio febbrile, mai fermo, mai concesso al respiro. Presentato in anteprima al New York Film Festival e uscito nelle sale americane il giorno di Natale del 2025, arriva in Italia il 22 gennaio 2026, confermandosi, nel giudizio di buona parte della critica, il film più “safdiano” mai firmato da uno dei due fratelli in solitaria.
La separazione, però, dura poco: i due fratelli hanno annunciato che torneranno a lavorare insieme su una serie prodotta da A24, segno che il loro sodalizio creativo, per quanto messo alla prova da ambizioni individuali, resta un legame difficile da sciogliere del tutto. Del resto il cinema dei Safdie è sempre stato prima di tutto un affare di famiglia, e la famiglia, per quanto si allontani, trova sempre la strada di casa.
