Si è chiusa sabato 12 settembre, con la cerimonia condotta da Greta Scarano e Nicolas Maupas, l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Undici giorni di proiezioni, red carpet e polemiche che hanno confermato il Lido come punto di riferimento del cinema d’autore mondiale, sotto la direzione di Alberto Barbera e la presidenza della Biennale di Venezia affidata a Pietrangelo Buttafuoco.
Il Leone d’oro per il miglior film è andato a Kvinde Ukendt (Woman Unknown) della regista danese di origini egiziane May el-Toukhy, verdetto stabilito dalla giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal e composta, tra gli altri, da Kaouther Ben Hania, Xavier Giannoli e Johnnie To. Il film, ambientato in Danimarca nell’immediato dopoguerra, racconta la storia di Marie, domestica e bambinaia che lavora per l’industriale vedovo Christian: un legame che si trasforma progressivamente in una proposta di matrimonio, mentre alcuni aspetti taciuti del passato della protagonista minacciano di riemergere. Per el-Toukhy, unica regista donna nel primo annuncio del concorso, si tratta di un riconoscimento definito da lei stessa inaspettato, dedicato alla figlia adolescente.
Accanto al Leone d’oro, la giuria ha assegnato il Gran premio della giuria a Possible Love di Lee Chang-dong e il Leone d’argento per la miglior regia a Ilya Khrzhanovsky per DAU. La Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile è andata a Mathilde Arcel, protagonista proprio di Woman Unknown, mentre quella per la migliore interpretazione maschile ha premiato John Malkovich per Wild Horse Nine. La sceneggiatura migliore è stata riconosciuta a Stéphane Brizé per Un bon petit soldat, il Premio Marcello Mastroianni per un attore o un’attrice emergente a Malou Khebizi per A Place to Heal.
Il Premio speciale della giuria è stato assegnato a Naza, documentario firmato dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, diventato uno dei titoli più discussi dell’edizione: girato a Tel Aviv, raccoglie testimonianze di ex militari ed ex funzionari dell’intelligence israeliana sulla guerra a Gaza, e la sua proiezione è stata accolta da circa venticinque minuti di applausi.
Nella sezione Orizzonti, il miglior film è risultato Un détour par Diane dei registi belgi Ann Sirot e Raphaël Balboni, mentre il Leone del futuro, il premio Venezia Opera Prima intitolato a Luigi De Laurentiis, è andato al camerunese Auguste Bernard Kouemo Yanghu per La maison du vent, storia di un’anziana madre di Yaoundé che prova a convincere i sei figli emigrati a tornare a costruire una casa insieme. L’Italia ha comunque brillato proprio in Orizzonti, con Riccardo Scamarcio premiato come migliore interprete e Tommaso Landucci, autore insieme a Damiano Femfert della sceneggiatura di I figli della scimmia, unico riconoscimento italiano dell’edizione nelle sezioni maggiori. Il Premio degli spettatori Armani Beauty di Venezia Spotlight è andato a Eu Contez (I Matter) della regista rumena Alina Șerban, mentre per Venezia Classici il premio al miglior restauro ha premiato La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini, dal racconto di Giorgio Bassani.
L’edizione 2026 si è aperta il 2 settembre con Ink di Danny Boyle, unico film internazionale ad aprire il concorso, dedicato alla scalata mediatica di Rupert Murdoch e al lancio del tabloid The Sun nella Londra del 1969: nel cast Guy Pearce nei panni di Murdoch, insieme a Jack O’Connell e Claire Foy. Prima della proiezione, la Sala Grande ha ospitato la consegna del Leone d’oro alla carriera a George Clooney, accompagnato dalla laudatio di Laura Dern: l’attore, tornato al Lido pochi giorni dopo anche come produttore esecutivo, ha ricordato quanto la Mostra resti per lui il festival preferito. Il secondo Leone alla carriera è stato assegnato a Ellen Burstyn, interprete storica del cinema americano da L’esorcista a Interstellar.
Tra le presenze internazionali più attese anche Russell Crowe e Casey Affleck, entrambi in veste di registi rispettivamente con What Love Builds, fuori concorso, e Company, in concorso, oltre a Robert Pattinson, Susan Sarandon, Marion Cotillard e Luca Marinelli, protagonisti di The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, premiato con il Mimmo Rotella. Non sono mancate le polemiche: dalle spillette pro Palestina che alcuni ospiti avrebbero dovuto togliere sul red carpet, secondo quanto riportato da alcune testate, alla t-shirt indossata da Jasmine Trinca con una scritta contro il capitalismo, costata circa 1.100 euro e diventata subito oggetto di discussione.
Chiuso il festival con la prima mondiale, fuori concorso, di Dio ride di Giovanni Veronesi, con Pierfrancesco Favino nei panni di frate Leopoldo da Casamacchia, predicatore secentesco che finisce nel mirino dell’Inquisizione. Il film arriverà nelle sale italiane il 29 ottobre, distribuito da PiperFilm, che ne curerà anche le vendite internazionali attraverso PiperPlay; nel cast anche Silvio Orlando, Francesco Gheghi e Paolo Rossi. Per Veronesi si tratta inoltre del primo film girato dopo la morte dell’amico e collaboratore storico Francesco Nuti.
Per Ink di Danny Boyle, distribuito in Italia da Lucky Red, non è ancora stata comunicata una data di uscita nazionale, mentre negli Stati Uniti la distribuzione è affidata a Studiocanal insieme a Media Res e House Productions. È probabile che il film, forte della presenza in concorso e dell’attenzione mediatica raccolta dal cast, arrivi nelle sale nei prossimi mesi in vista della stagione dei premi. Anche Woman Unknown, fresco di Leone d’oro, e Naza, al centro del dibattito politico dell’edizione, sono attesi a breve in una distribuzione internazionale più ampia, complice la vetrina veneziana.
Resta, come ogni anno, il compito della Mostra: anticipare al pubblico italiano ed europeo i titoli che animeranno le sale nei mesi a venire, prima che passino per le sale dei grandi festival autunnali e per la corsa agli Oscar.
