Il Superman diretto da James Gunn aveva fatto ben sperare, ponendo le basi per un nuovo inizio della DC. Inoltre il personaggio di Supergirl, apparso nel finale del film per qualche secondo, sembrava davvero promettente, apparendo come un’eroina un po’ scalmanata e tutt’altro che convenzionale. Queste caratteristiche ponevano le basi per la creazione di un personaggio femminile complesso, un antieroina di generazione Z che balza tra una sbornia e l’altra. Purtroppo l’opera di Craig Gillespie non è riuscita a cogliere i frutti di quello che James Gunn aveva seminato.
Il film parte piuttosto bene, con Milly Alcock nei panni di Kara Zor-El che passa da un pianeta con sole rosso all’altro per evitare che il sole giallo, da cui trae i suoi poteri, possa impedirle di sbronzarsi. I suoi piani però vengono presto rovinati Ruthye, una ragazzina rimasta orfana dopo aver visto il brigante Krem uccidere tutta la sua famiglia. Ruthye è in cerca di vendetta, e ad aiutarla sarà proprio Supergirl, dopo che Krem ferisce il suo cagnolino Krypto e porta con sé l’antidoto.
Tutte queste premesse avrebbero potuto portare a una rappresentazione di un film con un’eroina femminile adeguata, che tende a scarseggiare in questo genere, invece il tutto diventa una riconferma. Un esempio è il rapporto tra Kara e Ruthye, che resta sempre nel superficiale, senza raggiungere davvero una profondità emotiva sincera. Inoltre si è sentita la necessità di rafforzare le protagoniste femminili inserendo il personaggio di Jason Momoa, Lobo (inesistente nel fumetto), come se da sole non avessero potuto reggere l’intero apparato.
E questi non sono stati gli unici aspetti a rimanere sulla superficie: tra le varie sottotrame c’è il particolare che i briganti abbiano rapito diverse donne per portare avanti la loro specie, ma questo aspetto resta solo accennato, e avrebbe potuto avere un grande potenziale se fosse stato sviluppato in modo adeguato. Un vero peccato, considerando che Milly Alcock è perfettamente a suo agio nel ruolo di Supergirl e da sola avrebbe potuto reggere l’intero film, se fosse stato scritto diversamente.
Eppure Craig Gillespie è celebre proprio per i suoi personaggi femminili. Si pensi ad esempio a Tonya, interpretata da Margot Robbie, o a Cruella, con Emma Stone, tutte antieroine femminili conosciute per la loro complessità. Viene da chiedersi, dunque, cosa sia andato storto. Forse la risposta sta proprio nella difficoltà di conciliare la vena autoriale di Gillespie con le esigenze di un blockbuster pensato per aprire nuove strade narrative all’interno dell’universo DC. Se in Tonya e Cruella il regista aveva la libertà di costruire le sue protagoniste attorno a un unico centro drammatico, qui la sceneggiatura di Ana Nogueira sembra tirare Kara in troppe direzioni contemporaneamente: eroina, orfana traumatizzata, alcolizzata funzionale, sorella minore in cerca di approvazione. Il risultato è un personaggio che si muove per accumulo di etichette più che per reale coerenza interiore.
Anche il worldbuilding, pur curato nella fotografia e negli effetti pratici, finisce per somigliare fin troppo da vicino ad altri immaginari già visti (un certo eco dei Guardiani della Galassia aleggia costantemente sullo sfondo, senza che il film trovi una propria identità visiva distintiva). Le tappe del viaggio di Kara e Ruthye si susseguono episodiche, quasi fossero un elenco di location da attraversare prima del confronto finale con Krem, piuttosto che un percorso che arricchisce davvero il legame tra le due.
Jason Momoa, va detto, riesce comunque a rubare la scena nei pochi minuti concessi al suo Lobo: un’irriverenza fisica e vocale che ricorda quanto il film avrebbe potuto osare di più, se solo si fosse fidato maggiormente delle sue protagoniste femminili invece di affidarsi a un volto già noto al pubblico per garantirsi un po’ di presa sul botteghino.
Alla fine, resta la sensazione di un’occasione mancata. Milly Alcock dimostra di avere tutte le carte in regola per portare avanti un personaggio complesso e sfaccettato, ma il film che la circonda non le rende giustizia, preferendo la superficie levigata del prodotto DCU alla sporcizia autentica che aveva reso memorabili le eroine precedenti di Gillespie. Un peccato veniale, forse, in un’epoca di superhero fatigue conclamata, ma pur sempre un’occasione sprecata per dare finalmente al pubblico un’antieroina femminile che non abbia bisogno di scuse per essere se stessa fino in fondo.
