Il 2026 conferma un trend negativo per l’informazione italiana. A luglio il consorzio internazionale Media Freedom Rapid Response (MFRR) ha diffuso un nuovo rapporto, frutto della sua terza missione a Roma in cinque anni, svoltasi lo scorso marzo. La conclusione principale è che il Paese continua a muoversi in direzione opposta rispetto agli standard europei di tutela dei media, con un peggioramento che si somma a quanto già rilevato nelle missioni precedenti.
Il documento, elaborato con il contributo di organizzazioni come l’European Centre for Press and Media Freedom, la Federazione europea dei giornalisti e l’International Press Institute, insieme a partner italiani quali FNSI, UsigRai e Amnesty International Italia, individua quattro aree di maggiore preoccupazione.
La prima riguarda la Rai. Il rapporto giudica il sistema di governance e di finanziamento del servizio pubblico non allineato ai principi dell’European Media Freedom Act, la normativa UE sull’indipendenza dei media. Un dato citato come emblematico è lo stallo, protratto per due anni, della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, di fatto bloccata da un boicottaggio della maggioranza e culminata a luglio nelle dimissioni collettive dei suoi membri.
Il secondo nodo è la concentrazione editoriale: la cessione delle testate del gruppo GEDI viene indicata come un passaggio che riaccende i dubbi sul pluralismo dell’informazione italiana e sui possibili conflitti d’interesse legati alla proprietà dei media.
Il terzo tema riguarda la pressione legale sui giornalisti. L’Italia mantiene sanzioni penali per la diffamazione tra le più severe d’Europa, e secondo il consorzio le cause temerarie (le cosiddette SLAPP) sarebbero spesso promosse da figure istituzionali di alto livello. Il recepimento della direttiva europea anti-SLAPP, osserva il rapporto, procede in modo minimo e più formale che sostanziale.
Il quarto nodo è la sorveglianza digitale: l’Italia viene collocata tra i casi più critici in Europa dopo lo scandalo legato allo spyware Graphite, a cui si aggiungono episodi di attacchi informatici e phishing ai danni di redazioni e cronisti. Per il consorzio, le contromisure istituzionali restano insufficienti rispetto alla portata del problema.
Lo scandalo richiamato dal rapporto riguarda l’uso, denunciato nel 2025, dello spyware Graphite, sviluppato dall’azienda israeliana Paragon, per intercettare i telefoni di alcuni giornalisti e attivisti italiani, tra cui il direttore di Fanpage.it Francesco Cancellato e alcuni membri dell’organizzazione Mediterranea Saving Humans. Dopo le verifiche condotte anche in sede parlamentare, la stessa azienda produttrice ha interrotto la fornitura del software alle autorità italiane. Accertamenti tecnici disposti dalle procure di Roma e Napoli hanno poi individuato tracce compatibili con il malware su alcuni dei dispositivi analizzati, mentre resta aperto il dibattito politico sulle responsabilità dirette dell’operazione.
Le criticità segnalate dall’MFRR trovano conferma anche nel World Press Freedom Index 2026 pubblicato da Reporters Sans Frontières, secondo cui il livello globale di libertà di stampa non era così basso da 25 anni. In questo contesto l’Italia perde sei posizioni rispetto al 2025 e scende al 56° posto su 180 Paesi monitorati, il dato peggiore tra le nazioni dell’Europa occidentale.
Tra le cause indicate dall’organizzazione francese rientrano fattori di natura sia criminale sia politica: le pressioni delle organizzazioni mafiose, soprattutto nelle regioni meridionali, la presenza di gruppi estremisti violenti e un più ampio tentativo, imputato alla politica, di condizionare l’informazione giudiziaria attraverso norme controverse, tra cui la discussa “legge bavaglio”. RSF segnala inoltre forme di autocensura legate sia alle linee editoriali delle testate sia al timore di ritorsioni legali, e descrive un progressivo condizionamento politico della Rai, in linea con quanto già osservato dall’MFRR.
Va comunque precisato che l’arretramento italiano si inserisce in una tendenza mondiale al ribasso: per la prima volta oltre metà dei Paesi analizzati da RSF rientra in una condizione definita “difficile” o “molto grave”, e tra le democrazie in forte calo compaiono anche gli Stati Uniti, scivolati al 64° posto. Il dato italiano resta comunque significativo perché conferma, ormai da tre anni consecutivi, una traiettoria di peggioramento continuo.
Sul piano politico il tema resta controverso. I sindacati di categoria descrivono una condizione di forte difficoltà per l’informazione, mentre esponenti dell’esecutivo hanno più volte ribadito, in sedi pubbliche, l’impegno verso la libertà di stampa come principio democratico fondamentale. Al di là delle diverse letture, i due rapporti citati convergono nell’indicare gli stessi elementi strutturali di criticità: governance del servizio pubblico, uso politico degli strumenti giudiziari, concentrazione editoriale e vulnerabilità digitale delle fonti giornalistiche.
Nelle sue conclusioni l’MFRR chiede un adeguamento delle norme italiane agli standard dell’EMFA, in particolare l’indipendenza editoriale e finanziaria della Rai, una riforma realmente incisiva delle norme anti-SLAPP e un rafforzamento delle garanzie tecniche e legali a protezione delle fonti giornalistiche dalla sorveglianza digitale. Il rapporto completo è consultabile sul sito del consorzio, che dal 2020 monitora sistematicamente lo stato della libertà di stampa nei Paesi dell’Unione europea.
