Nelle ultime settimane il nome della casa di produzione A24 si è sentito spesso nella community cinematografica, a causa di un accordo che l’ha spinta sotto i riflettori: quello firmato con Google DeepMind per creare strumenti di intelligenza artificiale.
L’accordo prevede che questi strumenti saranno poi utilizzati dai registi per facilitare il loro lavoro, e che saranno integrati nell’ecosistema Google. DeepMind ha investito 75 milioni di dollari in questa collaborazione, dato che è stato riportato dal WallStreet Journal. Non è esclusivo, e potrebbe permettere alla casa di produzione di raggiungere il livello di colossi come Netflix.
Sul sito web di Google il CEO di Google DeepMind, Demis Hassabis, ha dichiarato: “Crediamo che il modo migliore per sviluppare strumenti che diano potere agli artisti sia lavorare direttamente con loro. Collaborando fin dall’inizio con registi e leader del settore come A24, possiamo creare nuove funzionalità di intelligenza artificiale per supportare gli artisti nella narrazione autentica e significativa, contribuendo a realizzare la loro visione creativa.”
Purtroppo però molti fan della casa di produzione di Marty Supreme non si sono rivelati d’accordo con queste affermazioni, e il malcontento generale ha portato una crisi. Ciò non è avvenuto a caso: la A24 ha sempre trasmesso una certa immagine ai suoi ammiratori, finanziando film indipendenti e a basso budget. Una prova è il recente successo di Backrooms, partito dall’irrisorio budget di 10 milioni e arrivato ad incassare oltre 330 milioni di dollari, rivelandosi il più redditizio di sempre per lo studio.
Il malcontento non è rimasto confinato ai social: sui profili A24 sono arrivate ondate di commenti negativi, e diversi utenti hanno dichiarato di aver cancellato il proprio abbonamento AAA24, il servizio dello studio dedicato ai membri più fedeli, citando esplicitamente l’accordo con DeepMind come motivo della scelta. Su Reddit, nel subreddit dedicato allo studio, è circolato un post che paragonava la sorte di A24 a quella di altre case di produzione indipendenti finite poi assorbite da interessi corporativi, come Miramax e New Line Cinema. “Forse dobbiamo solo accettare che l’era A24 sia finita”, si legge in uno dei commenti più condivisi.
Di fronte alla reazione dei fan, A24 ha cercato di correre ai ripari. La portavoce dello studio, Sophia Shin, ha rilasciato una dichiarazione riportata per la prima volta da Wired, definendo l’accordo come una “partnership di ricerca” in cui lo studio lavora fianco a fianco con i ricercatori di DeepMind per costruire nuovi strumenti e flussi di lavoro. Shin ha sottolineato che il rapporto con il pubblico non viene dato per scontato, e che l’obiettivo della collaborazione è proprio permettere agli artisti di avere voce in capitolo nella progettazione di questi strumenti, invece di subirli passivamente. Ha inoltre precisato che non ci sono piani per utilizzare il catalogo esistente di A24 nella creazione di strumenti di intelligenza artificiale generativa.
Non è un caso che il tema sia particolarmente sentito in questo momento storico. L’accordo A24-DeepMind arriva a poca distanza da altri episodi che hanno acceso il dibattito sul rapporto tra major e intelligenza artificiale: la breve e travagliata partnership tra Disney e OpenAI per la licenza dei propri personaggi, naufragata proprio mentre Disney faceva causa ad altre aziende del settore come MiniMax e Midjourney per violazione di copyright, e l’espansione dell’accordo tra Lionsgate e Runway AI per lo sviluppo di nuovi contenuti a partire dai franchise esistenti. A rendere la situazione ancora più delicata per A24 c’è il fatto che lo studio aveva recentemente rifiutato di distribuire “Artificial”, il film di Luca Guadagnino ispirato alla figura di Sam Altman, poi passato alla concorrente Neon.
Diversi registi legati ad A24 hanno inoltre espresso pubblicamente il proprio scetticismo verso l’intelligenza artificiale generativa. Kane Parsons, il giovane regista di Backrooms, ha definito la tecnologia una fonte di “marciume creativo”, mentre i registi di Heretic, Scott Beck e Bryan Woods, hanno voluto inserire nei titoli di coda del proprio film una dicitura che specifica come nessuna intelligenza artificiale generativa sia stata utilizzata nella produzione.
Resta da capire se questa crisi di immagine sia destinata a scalfire davvero la reputazione costruita da A24 in oltre un decennio di attività, oppure se si tratti di un episodio passeggero destinato ad affievolirsi col tempo. Quel che è certo è che il caso A24 rappresenta un esempio emblematico di come, nell’attuale panorama cinematografico, il confine tra innovazione tecnologica e fedeltà al proprio pubblico stia diventando sempre più sottile.
