Nella notte tra il 3 e il 4 agosto, nel carcere napoletano di Secondigliano, è stato trovato senza vita Costantino Russo, figlio di Giuseppe Russo, storico boss dei Casalesi conosciuto negli ambienti criminali del litorale domizio come “Peppe ‘o Padrino”. Il decesso avviene in una cella dell’area riservata ai detenuti che hanno scelto la via della collaborazione con la giustizia, un dettaglio che da solo basterebbe a rendere la vicenda meritevole di attenzione, ma che si arricchisce di elementi ulteriori man mano che gli inquirenti ricostruiscono gli ultimi giorni di vita dell’uomo.
Le prime informazioni diffuse dagli organi di stampa locali e nazionali presentano versioni non del tutto coincidenti sulle cause della morte. Alcune fonti hanno parlato di un malore improvviso, un possibile infarto che avrebbe colto Russo mentre si trovava da solo nella sua cella. Altre ricostruzioni, circolate nelle stesse ore, riportano invece l’ipotesi di un gesto volontario, con l’uomo trovato impiccato a una grata della finestra tramite dei lacci. Questa discrepanza tra le prime notizie non è un dettaglio secondario: segnala quanto la vicenda sia ancora in una fase di accertamento e quanto la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli abbia ritenuto necessario aprire un fascicolo per fare chiarezza sulle circostanze del decesso, anziché archiviarlo come un evento privo di rilevanza investigativa.
Per comprendere il peso di questa morte occorre tornare a poco più di un mese prima, quando Costantino Russo era finito in manette nell’ambito di un’operazione condotta congiuntamente dalla Direzione Investigativa Antimafia e dalla Guardia di Finanza, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia partenopea guidata dal procuratore Nicola Gratteri. Il blitz, scattato il 7 luglio, aveva portato all’arresto di oltre venti persone ritenute legate alla fazione camorristica Russo-Schiavone, un ramo del clan dei Casalesi radicato tra Aversa, Castel Volturno e Casal di Principe. Tra gli arrestati figurava anche il fratello minore di Costantino, Nohak, all’epoca ventitreenne.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, Costantino Russo aveva assunto un ruolo di primo piano all’interno del sodalizio proprio a causa della carcerazione del padre e degli zii, tutti figure storiche vicine a Francesco Schiavone, meglio noto come Sandokan. Con i vertici tradizionali del clan ristretti in cella, sarebbe stato lui a garantire il collegamento tra i capi detenuti e gli affiliati rimasti in libertà, occupandosi al tempo stesso della gestione economica di un patrimonio costruito attraverso attività apparentemente lecite. L’inchiesta ha infatti fatto emergere un sistema di riciclaggio esteso a locali notturni, bar e stabilimenti balneari della costa domizia, tra cui strutture note nella zona come il Bar Miramare, lo Chalet del Mare, il Conca Beach e altri esercizi legati al mondo della ristorazione e del divertimento estivo. Nel corso dell’operazione sono state sequestrate quattordici aziende per un valore complessivo stimato attorno ai due milioni di euro, oltre a orologi di lusso e centomila euro in contanti.
A distanza di pochi giorni dall’arresto, Costantino Russo aveva maturato la decisione di intraprendere un percorso di collaborazione con la giustizia, formalizzata secondo alcune ricostruzioni verso la metà di luglio. Si tratta di una scelta che, in un contesto come quello della camorra casalese, comporta conseguenze pesanti sul piano personale e familiare, oltre che un rischio concreto per l’incolumità di chi la compie. Alcune fonti giornalistiche riferiscono che la decisione fosse stata condivisa e approvata dalla moglie e dai figli dell’uomo, elemento che rafforzerebbe l’ipotesi di una rottura meditata con l’ambiente criminale di provenienza piuttosto che di un gesto estemporaneo.
Proprio in relazione a questo percorso va segnalato un episodio avvenuto a metà luglio, quando Russo avrebbe tentato di togliersi la vita all’interno del carcere. Il gesto sarebbe stato sventato grazie al tempestivo intervento della polizia penitenziaria, che ne avrebbe impedito le conseguenze più gravi. Questo precedente, se confermato nella sua dinamica, cambia la lettura complessiva della vicenda: mostra che la fragilità psicologica dell’uomo, sottoposto a una pressione enorme nel momento in cui rompeva pubblicamente con il proprio nome di famiglia, era già nota agli organi di custodia settimane prima del decesso.
La morte di un neo collaboratore di giustizia all’interno di una struttura penitenziaria pone interrogativi che vanno oltre il singolo caso. Chi decide di collaborare con la magistratura viene generalmente collocato in sezioni separate, proprio per ridurre il rischio di contatti con altri detenuti legati al clan di provenienza o con ambienti ostili. Il fatto che Russo si trovasse isolato al momento della morte, in un’area riservata proprio ai dichiaranti, rende la vicenda ancora più delicata da un punto di vista procedurale: se la causa del decesso dovesse
risultare naturale, resterebbe comunque da chiarire se le condizioni di salute dell’uomo fossero state adeguatamente monitorate dopo il tentativo di suicidio di luglio; se invece si confermasse l’ipotesi di un gesto volontario, si porrebbe il tema della sorveglianza riservata a chi ha già mostrato segnali di crisi.
Va inoltre considerato il contesto più ampio in cui si inserisce questa storia, quello di un territorio, la fascia costiera tra Caserta e il litorale domizio, dove il potere dei clan storici come i Casalesi non si è mai completamente esaurito nonostante decenni di arresti e processi. Le nuove generazioni di affiliati, cresciute all’ombra dei padri detenuti al regime del 41 bis, hanno spesso ereditato non solo i ruoli di comando ma anche la gestione di attività economiche capaci di mimetizzarsi nel tessuto produttivo legale della zona, dalle strutture balneari ai locali di intrattenimento estivo. In questo senso l’inchiesta che ha portato all’arresto di Costantino Russo, con la sua ricostruzione dettagliata del flusso di denaro tra attività ricreative e circuiti criminali, offriva alla magistratura una possibile chiave di lettura aggiornata sulle trasformazioni del clan negli ultimi anni. La sua morte, prima che potesse fornire ulteriori elementi ai magistrati, rappresenta quindi anche una perdita sul piano investigativo, oltre che una tragedia personale su cui la Procura di Napoli continua a indagare.
Al momento non sono stati resi noti gli esiti degli accertamenti medico-legali disposti sulla salma, né sono state fornite indicazioni definitive sulle cause del decesso. La vicenda resta dunque aperta, e le prossime settimane, con i risultati dell’autopsia e degli approfondimenti investigativi, potrebbero fornire un quadro più definito di quanto accaduto in quella cella del carcere di Secondigliano.