Era il 18 aprile 2026, un sabato, quando all’interno della caserma dove prestava servizio, durante una riunione tecnica insieme ad altri colleghi, un giovane maresciallo dei carabinieri compì l’estremo gesto utilizzando la sua pistola di ordinanza. I colleghi presenti tentarono immediatamente di soccorrerlo, allertando i sanitari del 118 e cercando disperatamente di salvargli la vita. Nonostante i tempestivi tentativi di intervento, non ci fu nulla da fare.
Si chiamava Giovanni Sparago. Aveva 25 anni, prestava servizio come maresciallo in sott’ordine presso la Stazione dei Carabinieri di Borghetto Vara, piccolo centro a pochi chilometri da La Spezia. Era entrato nell’Arma sette anni fa. Era figlio di Curti, un comune di poco più di settemila anime in provincia di Caserta, ai piedi dei Monti Tifatini. Da quel paese campano, come tanti giovani del Sud, era partito per costruirsi una carriera, una vita, un futuro. E in quel paese, a distanza di quasi duecento chilometri, la notizia della sua morte è piombata come un macigno.
Quello che nei primissimi giorni sembrava un caso chiuso, è diventato nel giro di poche settimane qualcosa di molto più complesso. Una famiglia che non ci crede, una procura che indaga, perizie scientifiche in corso, dispositivi elettronici sotto sequestro e la domanda che rimane aperta: gli inquirenti cercano di capire se Giovanni Sparago abbia compiuto un gesto volontario in piena autonomia oppure se possa essere stato indotto al suicidio da comportamenti, pressioni o circostanze ancora da accertare.
A tenere viva la vicenda è soprattutto la famiglia. Michele Sparago, padre di Giovanni, è un colonnello dell’Esercito. Conosce le logiche e i codici delle forze armate. E, proprio per questo, non riesce ad accettare la versione ufficiale. Ha dichiarato in più circostanze che Giovanni era un giovane che amava la vita, con progetti per il futuro e che ambiva a passare nell’accademia militare per ufficiali dei carabinieri, sostenendo che un ragazzo così solare non aveva motivo alcuno per suicidarsi.
Queste parole sono la premessa di un’azione concreta: la famiglia Sparago, assistita dagli avvocati Gaetano e Raffaele Crisileo, ha fin da subito chiesto alla magistratura di approfondire, di non fermarsi alla superficie. Il pm ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, al momento contro ignoti; un’ipotesi subito avanzata dai genitori di Sparago, che non hanno mai creduto alla storia del suicidio, ritenendo che il gesto del figlio fosse stato in qualche modo provocato.
Il quadro che la famiglia cerca di trasmettere agli inquirenti è quello di un ragazzo inserito, ambizioso, con la testa sulle spalle. Sette anni nell’Arma, quel sogno dell’Accademia che avrebbe significato una svolta di carriera, la famiglia con cui parlava ogni giorno per telefono. Si presume che il padre e la mamma di Giovanni abbiano riferito tutto quanto è a loro conoscenza sulla vita del figlio, con il quale erano in contatto telefonico ogni giorno, nonché sulla messaggistica che si scambiavano con lui continuamente.
Il Pubblico Ministero, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di La Spezia, la dottoressa Monica Burani, continua ad indagare per il reato di istigazione al suicidio per la morte del maresciallo dei carabinieri Giovanni Sparago avvenuta a La Spezia il 18 aprile scorso. L’inchiesta è aperta contro ignoti: non ci sono ancora indagati formalmente iscritti nel registro, ma la direzione delle ricerche è chiara. Si vuole sapere se qualcuno abbia spinto Giovanni verso quell’epilogo.
L’inchiesta si muove su più binari tecnici paralleli, ciascuno dei quali punta a illuminare un aspetto diverso della vicenda. Il primo fronte è quello balistico. Il pm Burani ha conferito incarico al RIS dei Carabinieri di Parma di procedere ad accertamenti tecnici non ripetibili di microscopia elettronica a scansione sui tamponi sequestrati, acquisiti nel corso dei rilievi svolti nell’immediatezza del fatto, al fine di rilevare eventuali residui di polvere da sparo sulle mani del maresciallo Giovanni Sparago. Gli esami sono stati coordinati dal comandante dei RIS, il generale Matteo Donghi, insieme al consulente balistico nominato dalla famiglia Sparago, il dottor Paride Minervini di Siena.
La ricerca di residui di polvere da sparo sulle mani, sulle narici e sulle orecchie è una procedura standard nelle morti da arma da fuoco. In questo caso, però, acquista un significato ulteriore: se i residui fossero assenti o distribuiti in modo anomalo, potrebbe aprirsi una pista diversa da quella del suicidio. Intanto presso i RIS dei Carabinieri di Parma sono terminati gli accertamenti sui residui di polvere da sparo sulle mani, sulle narici e sulle orecchie di Giovanni Sparago. Massimo riserbo sull’esito degli accertamenti.
Il secondo fronte, e forse il più ricco di potenziali rivelazioni, è quello digitale. La Procura ha disposto un ulteriore accertamento tecnico irripetibile riguardante tutti i dispositivi informatici sequestrati appartenuti al giovane sottufficiale: smartphone, SIM card, computer personale, iPad e chiavette USB. Per svolgere le attività tecniche, il Pubblico Ministero ha nominato come consulente la dottoressa Silvia Spallarossa di Genova.
La famiglia Sparago ha nominato consulente di parte il dottor Luca De Gregorio, esperto di tecnica informatica di Napoli, che assisterà personalmente all’estrazione delle copie forensi e a tutte le fasi successive.
Punto centrale della consulenza della Procura è quello di verificare se nei supporti informatici sequestrati vi siano chat, conversazioni, messaggi, file audio e video scambiati da Giovanni Sparago da luglio 2025 fino al momento della sua morte. Si verificherà inoltre se vi siano riferimenti a gesti anticonservativi e/o a ingiurie, minacce, vessazioni di qualunque genere. Si verificheranno, in particolare, tutti i contatti avuti da Giovanni Sparago nel periodo 10-18 aprile 2026, evidenziando l’ultima attività effettuata il giorno 18 aprile.
Il terzo fronte è quello autoptico. Resta inoltre atteso l’esito dell’autopsia eseguita il 23 aprile scorso presso l’Istituto di Medicina Legale di La Spezia, un tassello ritenuto fondamentale per la ricostruzione definitiva della vicenda. L’esame autoptico può chiarire la dinamica del colpo, la posizione del corpo, elementi che si intrecceranno con le risultanze balistiche per comporre un quadro complessivo.
I genitori del maresciallo sono stati ascoltati per diverse ore dalla sostituta procuratrice Monica Burani. Erano stati i legali di fiducia della famiglia Sparago, gli avvocati Gaetano e Raffaele Crisileo, a chiedere l’audizione. I genitori hanno ricostruito gli ultimi mesi di vita del figlio.
Sulle dichiarazioni rese ai magistrati vige il massimo riserbo, come è normale in questa fase delle indagini. Quello che trapela è che la famiglia avrebbe fornito elementi tali da delineare, secondo i legali, un contesto ambientale e relazionale significativamente diverso da quello emerso nelle prime ricostruzioni. In altre parole: la vita di Giovanni a Borghetto Vara, lontano da casa, inserito in un ambiente gerarchicamente strutturato, potrebbe nascondere qualcosa che non è ancora venuto alla luce.
Nelle ultime ore è stato convocato anche il fratello Raffaele Sparago, anch’egli appartenente all’Arma dei Carabinieri. Il fratello, che avrebbe mantenuto con Giovanni contatti frequenti e costanti, potrebbe aver fornito dettagli sulle confidenze ricevute e sugli stati d’animo manifestati dal militare prima della tragedia.
Il fatto che anche Raffaele sia un carabiniere aggiunge un livello di delicatezza alla vicenda: un militare dell’Arma che testimonia su dinamiche interne all’Arma stessa. Una posizione non semplice, che richiede coraggio oltre che lealtà familiare.
Per capire fino in fondo chi fosse Giovanni Sparago bisogna tornare a Curti, il paese campano che lo aveva visto crescere. Un comune della provincia di Caserta, tra il capoluogo e l’area di Santa Maria Capua Vetere, caratterizzato da quella miscela tipica del Casertano: una comunità solida, un tessuto di famiglie con radici profonde, e insieme la spinta dei giovani verso le istituzioni, le forze dell’ordine, le carriere pubbliche come ascensore sociale e riconoscimento di un percorso.
La comunità di Curti ha vissuto la notizia della sua morte con sgomento. La vicenda ha profondamente colpito sia la comunità di Curti sia quella di Borghetto Vara, il centro dell’entroterra spezzino dove Giovanni prestava servizio. Due comunità distanti geograficamente, legate dalla stessa perdita, che attendono risposte.
A fine giugno 2026, l’inchiesta è ancora nella fase degli accertamenti tecnici. L’inchiesta della Procura spezzina continua a muoversi lungo un doppio binario investigativo: da una parte la ricostruzione delle ultime ore di vita del maresciallo, dall’altra la verifica di eventuali responsabilità di terzi.
Le perizie sui dispositivi digitali sono in corso presso il laboratorio genovese della dottoressa Spallarossa. Gli esiti degli accertamenti balistici del RIS di Parma sono coperti dal riserbo degli inquirenti. L’esito dell’autopsia, eseguita il 23 aprile, non è stato ancora reso pubblico. La Procura non esclude nuove audizioni dei familiari nel caso emergano elementi rilevanti dalle analisi tecniche, dovrà stabilire se le confidenze dei genitori aprano una pista penalmente sostenibile oppure se restino una chiave interpretativa del vissuto del giovane maresciallo.
L’inchiesta è aperta e i punti oscuri sono ancora molti. Non si sa cosa contenessero le ultime comunicazioni di Giovanni Sparago, se nei messaggi e nelle chat degli ultimi mesi emergano tracce di disagio, conflitti, pressioni. Non si sa cosa abbiano rivelato le analisi balistiche sulle sue mani. Non si sa cosa dica l’autopsia sulla dinamica esatta del colpo. Non si sa se esista qualcuno che possa essere ritenuto responsabile, neanche in forma indiretta, di ciò che è accaduto.
Una famiglia di Curti attende risposte. Che un padre colonnello dell’Esercito continua a ripetere che suo figlio amava la vita e voleva diventare ufficiale. Che un fratello carabiniere ha trovato il coraggio di sedersi davanti a un pubblico ministero e raccontare quello che sa. E che la Procura di La Spezia sta lavorando con la serietà che il caso impone.
Giovanni Sparago aveva 25 anni. Era entrato nell’Arma a diciotto. Sette anni di servizio, di sacrifici, di distanza da casa. Merita che la verità su come è finita venga cercata fino in fondo.
