Nel cuore dell’hinterland a nord di Napoli, tra Cardito, Frattamaggiore e Frattaminore, si è consumata negli ultimi mesi una vicenda giudiziaria che racconta bene quanto sia difficile, in certe zone della Campania, estirpare definitivamente il potere dei clan. Protagonista è Francesco Ullero, settant’anni, soprannominato “cul e stopp'”, figura che affonda le proprie radici criminali negli anni Ottanta, quando militava nella Nuova Camorra Organizzata fondata da Raffaele Cutolo. Dopo quasi tre decenni trascorsi in carcere, Ullero era tornato libero nel 2020, e secondo la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli non ha impiegato molto tempo a rimettere in piedi una struttura criminale radicata sul territorio, composta in gran parte da familiari e da fedelissimi di lunga data.
Le indagini, condotte dai Carabinieri della Compagnia di Casoria su delega della Procura partenopea, hanno ricostruito un sistema fondato su un doppio binario: da un lato le estorsioni sistematiche ai danni di commercianti e piccoli imprenditori della zona, dall’altro il controllo delle piazze di spaccio. Gli inquirenti descrivono un vero e proprio tariffario del pizzo, calibrato in base alle capacità economiche delle vittime, e un clima diffuso di assoggettamento che avrebbe scoraggiato per anni qualsiasi denuncia. A rendere possibile la ricostruzione dettagliata delle attività del gruppo è stato soprattutto l’impiego di strumenti tecnologici avanzati: un trojan installato sul telefono dello stesso Ullero ha permesso di intercettare per mesi conversazioni, calcoli contabili legati alle estorsioni e veri e propri summit decisionali tenuti all’interno della sua abitazione di via Michelangelo Buonarroti, che secondo gli investigatori fungeva da quartier generale del sodalizio. A questo si è affiancato un sistema di videosorveglianza installato dall’Arma nei pressi del portone di casa, che ha permesso di documentare nel tempo il viavai di persone convocate a rapporto, tra imprenditori, commercianti e affiliati.
L’operazione che ha portato al primo colpo decisivo contro il gruppo risale allo scorso anno, quando furono eseguite sedici misure cautelari nei confronti di altrettante persone, ritenute a vario titolo responsabili di associazione di stampo mafioso, estorsione, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e detenzione illegale di armi. Tra gli arrestati, oltre allo stesso Ullero, anche familiari e collaboratori storici, in un intreccio che secondo la Procura testimonia la capacità del clan di rigenerarsi attraverso un mix di continuità familiare e nuove leve criminali. Le indagini hanno anche fatto emergere l’esistenza di una rete logistica stabile, fatta di abitazioni e locali commerciali messi a disposizione per riunioni operative e per il deposito di sostanze stupefacenti, oltre a contatti con esponenti di altri gruppi criminali attivi nella stessa area.
Il processo, celebrato con rito abbreviato davanti al Giudice dell’udienza preliminare di Napoli, si è concluso nelle scorse settimane con una raffica di condanne che, sommate, superano i centocinquanta anni di reclusione complessivi, un esito che la Direzione Distrettuale Antimafia ha definito un duro colpo per l’organizzazione. Resta però aperta una domanda che accompagna da sempre le inchieste di questo tipo: quanto sia reale la capacità dello Stato di impedire che, anche dopo condanne pesanti, un clan possa nel tempo ricostituirsi attorno a nuovi referenti, sfruttando legami familiari e il controllo capillare del territorio. La vicenda di Cardito, con la sua parabola fatta di carcere, scarcerazione e rapida riorganizzazione criminale, si inserisce in questo senso in una riflessione più ampia sulla camorra dell’hinterland napoletano: un fenomeno che cambia pelle e protagonisti, ma che continua a incidere pesantemente sulla vita quotidiana di commercianti e cittadini costretti, troppo spesso, a convivere in silenzio con la sua presenza.
