Ci sono scelte politiche che vengono presentate come decisioni di fermezza istituzionale, ma che a uno sguardo più attento rivelano tutta la loro fragilità strutturale. La decisione del governo italiano di ipotizzare prima e attuare poi la sospensione del trattato di Schengen nei confronti della Spagna, a seguito dell’ondata migratoria che ha colpito l’enclave di Ceuta, rientra esattamente in questa categoria. Si tratta di una misura che cerca il plauso immediato dell’opinione pubblica ma che finisce per scaricare sui cittadini e sulle imprese costi reali, senza scalfire minimamente il problema che dichiara di voler combattere.
Per comprendere quanto sia miope questa mossa, occorre fare un passo indietro e ricordare cosa rappresenti davvero l’accordo di Schengen. Firmato nel 1985 nell’omonima cittadina lussemburghese ed entrato in vigore anni dopo per abbattere progressivamente le barriere interne europee, il trattato costituisce uno dei pilastri fondamentali e più tangibili dell’integrazione continentale. L’idea di poter viaggiare, lavorare e spostare merci dal Portogallo alla Germania senza mostrare il passaporto a ogni frontiera non è un vezzo burocratico: è la spina dorsale dell’economia e della libertà dei cittadini europei. Sospendere Schengen significa ripristinare le code ai valichi, rallentare il trasporto merci su gomma, mettere i bastoni tra le ruote al turismo e burocratizzare di nuovo i confini. Una scelta pesante, che dovrebbe essere riservata a minacce imminenti e comprovate alla sicurezza nazionale, non trasformata in una clava diplomatica per polemiche di parte.
La sospensione appare ancora più fuori misura se si analizza la realtà dei fatti legati alla crisi di Ceuta, al di là dei toni da campagna elettorale. L’argomentazione secondo cui gli arrivi nella città autonoma nordafricana rappresenterebbero una minaccia diretta e immediata per le frontiere italiane si scontra con una banale evidenza geografica e normativa. Ceuta è una striscia di terra di neanche venti chilometri quadrati in territorio marocchino, collegata alla penisola iberica solo via mare o via aerea. Ma soprattutto, per Ceuta e Melilla esiste già un regime speciale previsto dal codice delle frontiere europee: per imbarcarsi da lì verso la Spagna continentale o il resto d’Europa occorre sottoporsi ai controlli d’identità e mostrare un documento d’ingresso valido, esattamente come accade arrivando da un Paese extra UE. Chi tocca il suolo di Ceuta non ha alcun lasciapassare automatico per l’Europa, rendendo del tutto infondata l’idea che da quelle spiagge stia per rovesciarsi un flusso incontrollato verso l’Italia.
Anche il tentativo di addebitare la crisi alle recenti politiche del governo di Madrid si sgretola di fronte alle norme e ai numeri. La regolarizzazione approvata in Spagna non è una concessione della cittadinanza a pioggia per chiunque arrivi oggi, ma un provvedimento destinato a chi risiedeva già nel Paese in modo continuativo, volto a far emergere le persone già inserite nel tessuto sociale. Inoltre, i dati Frontex che tracciano gli ingressi irregolari in Europa dal 2021 al 2026 raccontano una storia diversa da quella narrata dagli slogan, la rotta italiana ha registrato quasi 480.000 ingressi a fronte dei 235.000 di quella spagnola, dimostrando come la pressione migratoria sia un fenomeno complesso che riguarda l’intero Mediterraneo e che non si presta a pagelle di merito tra governi.
Mettere in discussione la libera circolazione tra Paesi partner per una contesa politica non produce alcun risultato concreto sul controllo delle frontiere esterne. L’unica conseguenza reale è quella di indebolire l’architettura europea e creare disagi a chi rispetta le regole. Trasformare una complessa crisi geopolitica e umanitaria in un pretesto per rialzare i muri interni è una scorciatoia che non risolve l’emergenza, ma rischia soltanto di sfilacciare il tessuto comune su cui si regge l’Europa.
